Senza la cura Monti-Fornero, oggi non parleremmo di ripresa in vista

Per i pessimisti tra noi la ripresa economica è qualcosa che sta a metà tra lo specchietto per le allodole e l’araba fenice: dopo otto trimestri consecutivi di recessione, per il nostro paese è più che legittimo coltivare il pensiero che la recessione abbia una forma di “L”, ovvero che la luce alla fine del tunnel sia soltanto un’illusione. Dall’altro lato gli ottimisti e i realisti (due categorie a cui mi sento di appartenere) cominciano a credere alle recenti parole del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, a proposito di una ripresa del pil italiano per l’ultimo trimestre del 2013. Boggero Perché media e analisti tedeschi ora si felicitano per la “ripresina” italiana di Riccardo Puglisi*
12 AGO 20
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Per i pessimisti tra noi la ripresa economica è qualcosa che sta a metà tra lo specchietto per le allodole e l’araba fenice: dopo otto trimestri consecutivi di recessione, per il nostro paese è più che legittimo coltivare il pensiero che la recessione abbia una forma di “L”, ovvero che la luce alla fine del tunnel sia soltanto un’illusione. Dall’altro lato gli ottimisti e i realisti (due categorie a cui mi sento di appartenere) cominciano a credere alle recenti parole del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, a proposito di una ripresa del pil italiano per l’ultimo trimestre del 2013. Quali sono gli elementi su cui si basano queste dichiarazioni ottimistiche? Gli analisti nelle Banche centrali e altrove si focalizzano sugli indicatori cosiddetti “leading” del ciclo economico, ovvero quegli indicatori che si muovono prima del pil. Intendiamoci: a nessuno credo sfugga il costo sociale della disoccupazione, ma si dà il caso che la disoccupazione sia un indicatore “lagging” del ciclo, in quanto essa comincia a diminuire soltanto dopo che il pil ha ripreso a crescere. Lo dico in termini brutali: ragionare sull’andamento futuro dell’economia sulla base del solo dato della disoccupazione è tipicamente un mero esercizio di propaganda.
Nel suo discorso sulla ripresa economica, Saccomanni ha accennato al fatto che nel secondo trimestre del 2013 il calo del pil rispetto al trimestre precedente è stato dello 0,2 per cento: si tratta di una sorpresa positiva rispetto a un calo previsto dello 0,4 per cento. Magra soddisfazione? Non direi: come una macchina che dopo una marcia indietro deve passare alla marcia in avanti, il pil deve prima rallentare la sua decrescita (per nulla serena) per poi ricominciare a crescere.
Dalla previsione di una ripresa, con un po’ di coraggio passo al tema di quale siano le cause di questa ripresa, che personalmente ritengo piuttosto probabile. La mia opinione è che alla base di tale ripresa vi sia l’opera di risanamento dei conti pubblici posta in essere dal governo Monti a partire dagli ultimi mesi del 2011. Questo sforzo di risanamento poggia a mio parere su due gambe: nel medio-lungo termine la riforma Fornero delle pensioni spinge in avanti l’età pensionabile e la rende compatibile con l’allungamento della vita media dei cittadini. Nel breve-medio termine, la patrimoniale immobiliare ordinaria che si chiama Imu porta nelle casse delle amministrazioni pubbliche più che il doppio della precedente imposta Ici, gravando essenzialmente sulle seconde case e sugli immobili in affitto. Potremmo spendere pagine e pagine per discutere di quanto l’opera di risanamento abbia privilegiato il lato delle entrate, ma il dato importante è che una manovra credibile di rientro dei conti pubblici porta risparmi consistenti dal lato della spesa per interessi, per cui nel medio termine è più agevole smettere di “mostrare i muscoli” e diminuire l’imposizione fiscale.
I critici di Monti obietteranno che l’abbassamento dello spread è esclusivamente dovuto all’orientamento più aggressivo della Bce di Draghi. Il punto di svolta si colloca nell’estate scorsa, quando Draghi ha affermato che la Bce avrebbe difeso il buon funzionamento dell’euro senza limiti di risorse, anche attraverso l’acquisto di titoli di stato sul mercato secondario (Outright monetary transactions, Omt). I detrattori di Monti colpevolmente dimenticano però che sono rarissimi i fenomeni che hanno una sola causa: viviamo nel mondo, scarsamente consolatorio, delle concause. Non solo: le cause talora interagiscono tra di loro, e una può essere la precondizione dell’altra. Nel caso in questione, la Bce è stata ed è disposta a intervenire a favore dei titoli di stato di un dato paese soltanto se quel paese si comporta in maniera virtuosa, cioè riesce ad abbassare in maniera credibile il proprio deficit e a mettere in atto riforme dei mercati del lavoro e dei prodotti che stimolino la crescita.
Ciò farà senz’altro storcere il naso ai keynesiani duri e puri. A tale proposito, mi permetto di notare che decenni di spesa pubblica in deficit non hanno nel nostro caso impedito di finire in una crisi di sfiducia per i nostri titoli. Anzi, forse sono proprio questi decenni incoscienti ad averci spedito lì dentro.
di Riccardo Puglisi
*Ricercatore in Economia politica all’Università di Pavia, redattore de Lavoce.info